Diceva il fisico e premio Nobel tedesco Werner Heisenberg: “Non sarà mai possibile, attraverso la ragione pura, arrivare a qualche verità assoluta”. Il caro vecchio Sherlock Holmes non sarebbe stato d’accordo; avrebbe seguito la pista come un segugio e cercato le prove con la sua logica schiacciante e, probabilmente, avrebbe ribattuto dicendo che “eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Ma del resto si sa, il detective più famoso di tutti i tempi era un uomo sicuro di sé, la cui storia si intreccia con quella di medici e scienziati della sua epoca: dal suo stesso creatore a Watson, fino ad arrivare al medico e professore universitario Joseph Bell, che ispirò Sir Arthur Conan Doyle e il suo mitico personaggio.

Il famoso metodo di osservazione alla Sherlock – che Conan Doyle chiamava deduttivo – parte da una serie di indizi per costruire una teoria. Successivamente, nella fase della deduzione, si elabora un sistema sperimentale per verificare tale teoria. Nella finzione letteraria, è il momento in cui si “incastra” il colpevole, mettendo alla prova le proprie ipotesi. Eppure anche il metodo Holmes ha dei limiti.

Scrive Paolo Maggi – professore nella clinica delle malattie infettive del Policlinico di Bari – sul suo blog Dialoghi di filosofia della medicina: “L’inferenza deduttiva è ad altissimo rischio di errore e il percorso dell’investigatore è irto di difficoltà e richiede tempo, pazienza, verifiche e molte, molte prove… la presunzione di Sherlock Holmes è la stessa che Bacone imputava ad Aristotele: non è legittimo saltare da pochi dati di osservazione a grandi teorie generali, fidandosi solo delle proprie capacità intellettuali”.

E, infatti, c’è un altro grande detective della letteratura contemporanea che, al contrario di Holmes, non ha nessun problema ad attingere a piene mani, nel corso delle sue indagini, dal mondo dell’intuizione, del sogno, della fantasia: l’ombroso, impossibile commissario Adamsberg della polizia criminale di Parigi. Lui e la sua strampalata squadra si rivelano in realtà un team perfetto per risolvere incredibili omicidi, alla ricerca di prove sempre in bilico tra razionale e irrazionale, conscio e inconscio.

Lo “spalatore di nuvole” Jean-Baptiste Adamsberg viene definito dalla sua stessa autrice, Fred Vargas, “un antieroe eroico”. Si caratterizza per la mancanza di un vero e proprio metodo d’investigazione; non è capace di fare un lungo ragionamento analitico, preferisce procedere a zigzag, divagare, brancolare nel buio, finché non viene folgorato da una delle sue intuizioni geniali, in genere durante una camminata. Lento ma empatico, irriflessivo ma sensibile, Adamsberg non cerca le prove, le trova, le percepisce, ne palpa l’esistenza nel fluire stesso della vita.

“Adamsberg era capace di riflettere solo camminando. Se lo si poteva definire riflettere – si legge in un passaggio del romanzo I boschi eterni – Già da tempo aveva ammesso che per lui pensare non aveva niente a che fare con l’abituale definizione di questa attività. Formare, articolare idee e giudizi. Non che non avesse provato, standosene seduto su una bella sedia, appoggiando i gomiti su un tavolo sgombro, prendendo carta e penna, stringendosi la fronte con le dita, tutti tentativi che gli avevano semplicemente disconnesso i circuiti logici. La sua mente destrutturata gli ricordava una carta muta, un magma in cui nulla riusciva a isolarsi, a identificarsi come Idea. Tutto sembrava sempre raccordabile con tutto, per viottoli obliqui dove si intrecciavano rumori, parole, odori, frammenti, ricordi, immagini, echi, granelli di polvere. Ed era così, solo cosi, che lui, Adamsberg, doveva dirigere ventisette agenti dell’Anticrimine”

Se Sherlock ha influenzato così profondamente non solo la letteratura ma persino le scienze forensi, nessun appassionato giallista o investigatore può resistere, oggi, al fascino del commissario da 10 milioni di copie. Incapace di giustificare le sue intuizioni, Adamsberg è quanto di più lontano esista da un investigatore, eppure nel suo lavoro è bravo, quasi infallibile. Scrive Matteo Palumbo in un articolo comparso qualche mese fa su Repubblica, a proposito dei discendenti di Maigret, che il giornalista individua, tra gli altri, proprio in Adamsberg: “Anch’essi sono protesi a dare risposte a eventi oscuri. Ma si muovono con un altro passo (rispetto a Sherlock Holmes n.d.r.). Seguono percorsi più incerti e perturbanti. Non sono distanti dalla realtà che osservano. Anzi sono coinvolti e partecipi. Il contatto con il male li avvolge e li turba. Non è solo il cervello a dirigere i loro passi. Le emozioni li accompagnano e spesso li guidano. La fine di un’inchiesta non è mai una vittoria senza residui… questi commissari, più che agenti dell’ordine, sono piuttosto detective dell’anima”.

Dove sono, quindi, le prove? Forse proprio in bilico, al centro, tra Sherlock Holmes e Adamsberg, laddove il metodo puramente deduttivo dell’investigatore di Baker Street incontra l’intuizione empatica del commissario dei Pirenei.

 

Per approfondimenti:

<<La prova nel processo civile italiano>>

<<La prova nel processo penale italiano>>